ALESSANDRO GILIOLI – La sinistra, la comunicazione, l’esserci

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Paola Natalicchio e Marco Furfaro, di Sinistra Italiana, mi hanno gentilmente invitato, sabato, a un incontro che hanno organizzato a Roma. Mi hanno detto che potevo dire assolutamente tutto quello che volevo e io ne ho biecamente approfittato. Nonostante ciò, alla fine nessuno mi ha tirato ortaggi, anzi alcuni hanno perfino applaudito, cosa di cui li ringrazio. Qui di seguito, per chi è interessato, la scaletta in sintesi delle tre brevi sciocchezze che ho detto un po’ più a braccio.
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Paola e Marco, nell’invitarmi gentilmente qui oggi, mi hanno chiesto di fare una “recensione alla sinistra che non c’è”, il che mi suggerisce due cose: la prima è che io mi sono fatto la fama di rompiscatole; la seconda è che l’obiettivo della sinistra oggi non è cambiare il mondo ma semplicementeesserci.

In più questo intervento è stato inserito in un blocco tematico sulla “comunicazione” e ciò mi fa pensare che la questione posta sia qualcosa tipo “come esserci nella comunicazione”, “come la comunicazione può aiutare la sinistra a esserci”.

Messa così però sembra che la comunicazione sia qualcosa di distaccato e di diverso dalla propria identità, da quello che si fa, dalle proprie pratiche. Sembra che la comunicazione sia una specie di bagaglio tecnico, di know-how: impariamo a comunicare bene per esserci di più.

Se la questione è “comunicazione” ed “esserci”, invece, la prima cosa che voglio dire è che oggi la sinistra comunica proprio questo: ansia di esserci.

E lo comunica non per errore, ma perché questo è: ansia di esserci. Non difare, non di servire a qualcosa o a qualcuno, ma di esserci per sé.

E se l’obiettivo principale è quello di esserci – magari di conquistare due consiglieri regionali, tre europarlamentari, qualche comparsata ai talk show – è ovvio che comunichiamo questo: gente che vuole esserci, quindi che vuolequalcosa per sé, non per gli altri. Comunichiamo qualcosa di non interessato agli altri, qualcosa di egoista.

Il che non è una cosa molto di sinistra, come evidente. E in più, per paradosso, è il modo migliore per non esserci. Perché esserci è un po’ come la felicità: non la raggiungi cercandola, ma facendo altro.

E sia chiaro che questo non è un errore di comunicazione. Non è vero che la sinistra “comunica male”: comunica benissimo. Cioè comunica esattamente quello che è e che ha dentro: ansia di esserci.

E così vale per tutto il resto: se la sinistra appare rissosa, inutile, priva di identità, attaccata a simbologie e ritualismi del passato e incapace di produrre una visione di trasformazione dell’esistente, non è perché non sa comunicare: è perché è rissosa, inutile, priva di identità, attaccata a simbologie e ritualismi del passato e incapace di produrre una visione di trasformazione.

Ed è perché è attaccata all’idea di esserci anziché di fare. Anziché di definirsi e farsi definire attraverso pratiche.

Pratiche per gli altri.

Se rovesciasse questo bug, forse, dopo un bel po’, come effetto collaterale e quasi casuale – quasi non richiesto – ci starebbe che alla fine magari così la sinistra ci sarebbe.

E ci sarebbe per gli altri.

E questo, senza fatica alcuna, comunicherebbe.