CHIARA CASASOLA – Far politica secondo gli schemi che abbiamo sempre conosciuto è impraticabile

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Ci siamo riempiti la bocca per anni della parola sinistra, ne abbiamo abusato a tal punto da svuotarla di significato, come è capitato con tutto: lavoro, istruzione, opportunità, eguaglianza, diritti sono tutte parole che hanno subito un processo che ha portato a snaturarle, e questo può essere un processo dovuto alla contingenza, ad un fisiologico declino o, a pensar male, a un decennale lavoro di cesello teso a raggiungere questo preciso punto. Se nulla ha più valore, allora nulla necessita di giustificazioni.

Il mutato scenario economico-finanziario è di per sé una giustificazione valida all’adattamento forzoso dell’individuo a una situazione che sembra correre su un binario già segnato: ce lo chiede il mercato e a questo tutto deve essere piegato, anche il lavoro, le opportunità, l’eguaglianza e i diritti. Anche la sinistra, perché in realtà è la politica stessa ad essere diventata la valletta dell’economia. Ho sempre subito il fascino delle parole, credo siano qualcosa di più di un insieme di lettere affiancate in un ordine convenzionale, credo che la parole siano vive; è per questo che quello che più di tutto è venuto a mancare è la corrispondenza tra queste e il loro significato. E io vorrei fossimo in grado di resuscitarle dalla pattumiera in cui sono state gettate.  Vorrei che la prima parola a recuperare vigore fosse proprio la parola sinistra, perché include tutte le altre. Per farlo è però necessario ascoltare. Ascoltare, ascoltare, ascoltare prima di parlare. Aprire le porte al mondo che sta fuori, aprire le orecchie alle storie che ha da raccontare.

Perché finora quello che vedo è un mondo di falsi profeti che viaggia su binari paralleli rispetto a un mondo di persone che non solo non riescono più a decidere, ma subiscono anche i rimedi che vengono loro somministrati da chi è totalmente avulso dalla realtà in merito alla quale vuole, con fare paternalistico, pontificare. Quello che ascolto, leggo, quello che osservo è incompleto perché manca uno spaccato intero di società che non è più rappresentato, forse perché non fa audience, forse perché è argomento antielettorale. Eppure quel pezzo di ultimi e penultimi esiste, anche se alle volte è colpevole di poco impegno, scarso interesse, disaffezione.                                                                                                                                                               

 C’è una generazione intera che è finita nel limbo del non essere, ed è qualcosa di più profondo della precarietà, è qualcosa che non può essere raccontato in una statistica. Precariato e precarietà di condizioni sono parole che da sole non bastano a racchiudere questo universo nascosto, ne sono solo una parte, raccapricciante, ma pur sempre una parte.  Abbiamo sopportato le riforme del sistema universitario, del 3+2, le riforme del mercato del lavoro che hanno sbriciolato anno dopo anno i diritti facendoli passare per privilegi (anche in questo caso le parole dovrebbero essere utilizzate con il peso che hanno), i co.co.co, i co.co.pro, le interinali, Garanzia Giovani, gli stage non retribuiti, i tirocini formativi. Ci siamo districati tra corsi di specializzazione, Master, corsi di lingua inseguendo con il fiatone una formazione continua che non era mai abbastanza. E non lo è mai abbastanza. Ma va bene così, perché c’è un piacere sublime nel voler conoscere, imparare, migliorarsi, ma ci è stato venduto tutto questo come una sfida continua a non essere mai abbastanza quando sotto i piedi ci stavano togliendo la terra fertile su cui far germogliare quei semi che stavamo piantando.              

Ci si ritrova a fare magari lo stesso lavoro che facevamo prima di incominciare a studiare o quello che facevamo per pagarci gli studi. Ci si ritrova a lavorare continuamente ricattati anche se il contratto non ha una scadenza, perché se non c’è il licenziamento ci sono infiniti altri modi per costringerti a fare quello che vogliono; ci sono le vessazioni, l’umiliazione, i demansionamenti di fatto.   Un mercato del lavoro dove entri e vieni per prima cosa spogliato da ogni individualità, finisci per essere umiliato, tradito, svuotato, ridotto a un numero, a una macchina che non si deve inceppare. Ti viene presto insegnato che il tuo collega è un nemico e da tale spesso si comporta. Una lotta fratricida in cui l’imperativo è produrre.  Quando provi a ribellarti sei solo, se ti va bene siete un paio. Gli altri hanno paura di perdere il posto, di rendersi l’ambiente invivibile o sono troppo pigri, semplicemente. Più spesso gli hanno insegnato a tacere, a piegarsi.

Io sono fermamente convinta che ci sia una dignità in ogni lavoro, ma che ciascuno abbia il diritto di percorrere la strada che più rispecchi le sue inclinazioni. Sono altresì convinta che oggi manchi la dignità in molti lavori. Ci si ingabbia però, alle volte si è talmente stremati, demotivati, sciupati da non aver la forza per ribaltare la situazione e talvolta, anche se la forza ce l’abbiamo, ci guardiamo attorno e percepiamo tutta l’inutilità dei nostri sforzi, costretti a soccombere a logiche troppo complesse e radicate, quasi impossibili da scardinare.

Eppure io credo che il nostro tempo non sia scaduto (lascio alla ministra Lorenzin la pretesa di ridurci a bombe ad orologeria pronte ad esplodere), credo sia solamente incominciato.  Chi se non noi? Chi altro? Siamo noi, la nostra generazione l’unica in grado di fare in modo che le cose cambino. Non le generazioni che ci hanno preceduto e che dalle loro posizioni privilegiate ci indicano la via da seguire con una pacca sulla spalla e un calcio nel sedere. Non le generazioni che verranno, incolpevoli vittime di una società sradicata da valori e punti di riferimento. Siamo noi gli unici che possono qualcosa e se non sentiamo questa responsabilità ci dovremmo far carico di parte della colpa del fallimento.

Ma è una generazione che è anche complice della confusione tra politica e amministrazione, che non possono di certo andare slegate, ma dovrebbero intersecarsi e influenzarsi quando invece assistiamo al piegarsi della politica alle esigenze dell’amministrazione. Piegarsi perché si accettano i compromessi che amministrare una città inevitabilmente richiede, cedendo su punti fondamentali, giustificando alleanze che sono brutte copie di coalizioni di governo improbabili in cui tutto è concesso, in cui si abbraccia indistintamente tutto l’arco costituzionale. La capacità o, peggio ancora, l’attendibilità in un dibattito politico è misurata sulla base dell’aver preso o meno parte ad esperienze amministrative e viene meno il rilievo di tutta quella serie di atteggiamenti, comportamenti o azioni che definirei come politica soft. Possiamo negare che sia politica quella costante attenzione a rivendicare il modello di società che vogliamo, oppure il dialogo costante con quelle fasce che hanno abbandonato la politica tradizionale? Possiamo negare che sia politica quella che ci muove nel cercare di coinvolgere quotidianamente persone nel dibattito politico informale? E neghiamo che lo sia portare avanti battaglie nei luoghi di lavoro affinché venga garantito un livello minimo di dignità? Non credo sia possibile negare lo spessore e l’estrema importanza di tutto questo lavoro costante, alle volte estenuante e di certo mosso dall’unico intento di portare avanti un modello di società più evoluto ed egualitario partendo dalle basi non solo di un partito, ma di una comunità variegata. Un lavoro che non chiede nulla in cambio, non ha bisogno di compromessi per una poltrona o per una diretta televisiva. Una lotta costante in cui spesso gli individui sono soli a combattere piccole battaglie facendo i conti con le possibilità sempre più ridotte di fare cittadinanza attiva, di conciliarla con una vita lavorativa dignitosa. Un lavoro mosso da una coscienza civile che cerca di penetrare in quegli anfratti dimenticati, che sono le periferie, ma in un senso ampio del termine. Quando sento parlare di attenzione alle periferie, infatti, non posso dirmi soddisfatta, perché se è vero che grande attenzione deve essere prestata alla periferia della città, credo che un discorso a parte vada fatto per la periferia d’Italia, quella provincia spesso poco attrattiva, ma che tante risorse ha da offrire. L’Italia non è solo Roma, Firenze, Torino o Napoli, l’Italia è fatta da una miriade di microrealtà, da paesi che stanno morendo e cittadine che sembrano essere popolate da fantasmi; una realtà che sembra essere arrivata al capolinea del tempo e no, non mi rassegno al fatto che stia agonizzando.

Per tutto quel tempo si era lasciato trascinare dagli eventi quotidiani di una vita, eventi che non ti contraddistinguono dalla maggioranza dei tuoi simili e che man mano si confondono in una specie di nebbia, un film monotono che viene chiamato il corso degli eventi.

Lo dice Modiano, nel suo “L’Orizzonte”, ed è tutto quello che siamo condannati a vivere ogni giorno, con un filo di rassegnazione che è un palliativo alla sofferenza continua, ma che dobbiamo avere il coraggio di trasformare in rabbia. Rabbia e non paura. Rabbia e non adattamento.