PAOLA NATALICCHIO – Intervento introduttivo a Porte Aperte

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Buongiorno a tutti e tutte.

Ho il compito di rompere il ghiaccio e dare il via a questa manifestazione di piazza che abbiamo organizzato con entusiasmo e che ci consente di passare questo sabato di buona politica insieme. Non posso non farlo prima di tutto ringraziando i compagni di Roma e dal gruppo della Villetta e tutti gli attivisti che sono in questa piazza dall’alba di questa mattina. Ma la meraviglia, che ci restituisce veramente entusiasmo e voglia di fare, arriva da chi nelle scorse ore ha attraversato l’Italia per essere qui a Roma, insieme. Da Trento, Arezzo, Pesaro, Monfalcone, Mantova, Modena. Dalla Sardegna all’Isola d’Elba, dalla Puglia alla Liguria, dalla Toscana alla Lombardia. In piazza oggi c’è una delegazione del paese reale, della sinistra reale e questa mi pare una notizia importante, per tutti noi.

Le porte aperte che vogliamo spalancare, infatti, su una sinistra diversa e ancora tutta da costruire hanno bisogno di una comunità capace ancora di relazione, confronto, pronta al dialogo e al lavoro comune. E se siamo qui questo pomeriggio è per dire che pulsa ancora il battito della sinistra coraggiosa, innovativa, larga, visionaria e però pragmatica, di strada e di governo, che molti di noi si ostinano a costruire e praticare sui territori ogni giorno.

Arriviamo a questa, piazza da un percorso comune. Ci sono state delle tappe che ci hanno entusiasmato e ci hanno già visto insieme, due soprattutto: Human Factor e Cosmopolitica. Momenti che ci sono sembrati davvero il trampolino da cui tuffarci di testa verso un’avventura nuova di costruzione di un progetto collettivo per questo Paese. Momenti in cui ci siamo sentiti una comunità in cammino, inclusiva, capace di pensare in grande un progetto di trasformazione del modello di sviluppo delle nostre città e della nostra Italia, plastificata da un renzismo asfittico, bugiardo e affarista.
Qualcosa, però, fino ad ora, non ha funzionato. E non dobbiamo negare che tra noi, nella nostra comunità si è diffuso lentamente un disagio, una paura. La paura che la sinistra italiana che doveva essere la famiglia allargata di tutti i progressisti alternativi a Renzi e al renzismo, alle scabrose e inaccettabili larghe intese con Alfano e Verdini… bene …. che la promessa di questa sinistra larga, spalancata e radicata, radicale e sociale sia stata finora tradita e delusa.
Non dobbiamo perdere entusiasmo e non dobbiamo perdere quota e siamo qui stamattina per rimettere in gioco tutto e rimetterci in gioco, a partire da una maratona di interventi con la quale vogliamo disegnare con passione e precisione cosa c’è da fare da domani in poi. Le porte della sinistra che vogliamo e dobbiamo essere vanno aperte perché da Cosmopolitica in poi, dobbiamo dircelo senza disfattismo ma senza censure, nella cella frigorifera di stanze troppo chiuse, c’è il rischio che stia nascendo un’altra sinistra rispetto a quella che abbiamo annunciato. Una sinistra chiusa, talvolta politicista, minoritaria. Una sinistra che ha giocato male le sue carte alle ultime elezioni amministrative, scegliendo profili di proposte che sono state rigettate dalle città.

Se siamo qui è perché vogliamo evitare il rischio di cadere nella sinistra del 3%, pronta ad accomodarsi sulla tribuna del prossimo Parlamento a fare la giuria di una partita, quella della trasformazione del paese e del rilancio di un’altra Italia, che sembra non interessarci.

Non ci basta una sinistra che guarda alla crisi del PD senza riuscire a costituire un’alternativa convincente al PD. Che perde pezzi che finiscono nei 5stelle senza riuscire fino in fondo a contrastare l’ondata populista, qualunquista e giustizialista di Grillo e del suo movimento. Una sinistra inerme, che non sa triangolare con i suoi parlamentari e i suoi amministratori, ma anche e soprattutto che non sa mettersi al servizio delle associazioni, dei movimenti di base, dei sindacati ancora in lotta e che non viene considerata più da nessuno, in questo paese, un interlocutore per risolvere i problemi.

Bene noi oggi vogliamo reagire. Vogliamo scongelare questo processo costituente, non vogliamo più avere paura di guidarlo e agirlo. Vogliamo battere un colpo. Di proposta, di contenuti, di curiosità e di bellezza. Vogliamo uscire – lasciatemelo dire con un sorriso –
dalla depressione politica nella quale ci siamo infilati, perché non fa per noi, e metterci al centro di una nuova sinistra in cammino.

Siamo qui per ripartire, allora. E soprattutto rilanciare.

Ripartire e rilanciare dalla prima analisi seria sulla trasformazione del mercato del lavoro in questo paese di cui la nostra generazione è una specie di laboratorio di Frankestein, perché siamo stati le cavie di decreti e leggi sbagliate, perché sulla nostra pelle è stato sperimentato ogni genere di contratto: a collaborazione, a progetto, a gettone, a partita iva, a ritenuta d’acconto e a nero. Fino all’invenzione balsamica dei voucher, la legalizzazione del giro di giostra, la sanatoria della precarizzazione totale.

Ripartire e rilanciare dalla questione ambientale, che dopo il referendum sulle trivelle ha bisogno di una nuova centralità. Superando un approccio romantico, facendo uno scarto di maturità nel nostro ecologismo che non può essere sentimentale ma dev’essere studioso, propositivo. Deve lavorare sodo sulla buona urbanistica pianificata, la cultura del paesaggio, la grande questione della salute urbana e della difesa del suolo. La legge contro il consumo di suolo deve vederci protagonisti perché i morti che piangiamo dopo i terremoti, le industrie che chiudono dopo le alluvioni e le frane sono figlie della stagione del ricatto delle lobby dell’edilizia che tengono in pugno la politica. La corteggiano, la finanziano, premono alle porte dei piani regolatori per farne carta straccia e cementificare l’agro, costruire periferie senza bellezza, drogando il mercato con palazzi che in buona parte non servono e restano vuoti. Ma si costruiscono lo stesso in nome di un’idea di sviluppo sbagliata e dell’eterno mito dell’economia del cemento. Il nostro ambientalismo non può lasciare ai Cinque stelle la questione del mattone e al tempo stesso deve pretendere un piano nazionale di opere pubbliche utili al Paese: l’edilizia popolare, l’edilizia scolastica, l’impiantistica sportiva, gli spazi sociali da riqualificare e restituire alla socialità urbana, la messa in sicurezza e l’efficientamento energetico del patrimonio pubblico. Investire sulla sicurezza idrogeologica di un’Italia fragile e in pericolo, sulle bonifiche ambientali dei siti inquinati, da Mantova a Taranto, sulla corretta gestione dei rifiuti, settore a rischio continuo di infiltrazioni da parte delle ecomafie.

E poi i diritti. Tornando a scandire insieme i diritti civili e quelli sociali. Il diritto alla felicità, alla famiglia, al matrimonio, alla genitorialità per le coppie omosessuali, il diritto all’adozione per i single, il diritto a una morte dignitosa per i malati terminali. E il diritto a un lavoro di qualità e al reddito minimo garantito, il diritto allo studio, il diritto alla piena inclusione delle persone con disabilità fisica e psichiatrica in questo paese, la cura delle loro famiglie e della loro qualità di vita, il diritto alla felicità e alla qualità della vita dei bambini e delle bambine.

Dobbiamo fare battaglia convinta e rivoluzionaria sullo smantellamento ignobile della sanità pubblica in Italia. Sui tagli del Ministro Lorenzin e del Ministro Padoan alla nostra rete ospedaliera nazionale. Sulla chiusura in tanti comuni degli ospedali che da sempre hanno costituito un presidio di sicurezza. Nella mia Puglia, in quella che è stata per tanti di noi la nostra Puglia, chiudono le cardiologie, le pediatrie, i punti nascita. E si rafforza la rete della sanità privata e convenzionata, quella a misura di portafogli e di assicurazione sanitaria. Americanizziamo il nostro welfare e non riusciamo a trattenere qui i nostri cervelli. I dottorandi, i ricercatori, i lavoratori e le lavoratrici di un’economia della conoscenza che potrebbe rimettere in piedi il Paese e che invece viene considerata la cenerentola d’Italia.

Mentre ci stanno smontando il laboratorio del futuro: la scuola. A partire dalla mortificazione collettiva dell’intera classe docente, ricattata da una stabilizzazione che ha separato le madri dai figli, distribuendo sedi e cattedre a centinaia di chilometri di distanza da casa. A partire da un sistema di accesso alla professione targato con sigle che sono cambiate negli anni: le SISS, i TFA e poi concorsi pieni di opacità, con livelli di bocciature altissimi e sospetti. Una via crucis dopo anni di studi che sta umiliando una generazione che vuole avere strumenti e spazio per costruirsi la sua autonomia, la sua famiglia, pagarsi una casa come tutte le generazioni precedenti, una generazione tradita da questo governo che ha promesso rottamazione e che non ha fatto niente per promuovere politiche giovanili e politiche dell’autonomia per i ventenni, i trentenni e i quarantenni di questo paese.

Chiudo sul referendum. E dico una cosa semplice. Ci sono molte ragioni per votare NO e interpretare questa battaglia con ogni nostra cellula. Renzi, ancora una volta, pensa di truffare il Paese con un gioco di prestigio. Dice di voler abolire il Senato e ridurre gli sprechi, ma
in realtà il Senato continuerà ad esserci. Un Senato di nominati e non di eletti. Quindi l’unica cosa che si perde, votando sì, è la democrazia. E l’unico risultato che si vuole ottenere è l’insediamento di governi autoritari, modificati geneticamente e dopati da un premio di maggioranza pericoloso. Ma c’è una ragione che interessa più di tutte alla nostra piazza e che rende l’appuntamento referendario un passaggio che non possiamo sbagliare e che non possiamo lasciare alla partita a tennis tra Renzi e D’Alema, tra innovatori di plastica e conservatori di professione. Noi dobbiamo mandare a casa il governo di Renzi e delle larghe intese, protagonista dell’ennesima riforma sbagliata, e condurre una battaglia costituente per riaprire la partita di un governo progressista che possa guidare in modo innovativo, inclusivo e radicalmente alternativo questo paese. In questo schema una sinistra lontana dai compromessi inaccettabili del PD e dal populismo sfrenato dei 5stelle ha ancora spazio, può prendere quota e può trascinarsi dietro il Paese, cambiare le nostre vite e rendere l’Italia un posto in cui restare e non da cui andarsene.

Questa sinistra dalle porte aperte, spalancata e coraggiosa noi abbiamo il dovere di costruirla e coltivarla. Sono queste le ragioni di questo pomeriggio insieme e della maratona di interventi che ci porterà fino alle conclusioni di Marco Furfaro.

Buon lavoro a tutti noi e che il nostro laboratorio di nuova sinistra
abbia inizio.