SIMONE OGGIONNI – Quello che ho detto a Porte Aperte

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInEmail this to someone

Posso dirvi la verità? La verità è che serviva che qualcuno trovasse il coraggio di dire che avanti così non andiamo lontano. Noi oggi il coraggio lo abbiamo trovato. E siamo qui, in tanti, in una piazza bellissima e in un pomeriggio che ricorderemo a lungo.

Noi così non andiamo lontano perché la sinistra in questo Paese sembra non esserci più, è stata marginalizzata nella politica perché è stata espulsa dalla vita reale. Ci siamo ritirati, abbiamo abbandonato il campo. Siamo guardati con diffidenza perché guardiamo con diffidenza il mondo intorno a noi, senza capirci molto. O con le lenti sbagliate o nella direzione sbagliata, dividendoci tra quelli che ripropongono le stesse ricette di cinquant’anni fa e quelli che per la fretta di dimostrarsi veloci e innovativi si riempiono la bocca di concetti astratti, vagheggiando di mondi fluidi che non sono mai esistiti.

E nel mezzo il paese reale rimane schiacciato. Muore di fatica a due euro all’ora nei campi dei caporali del Sud e anche nel Nord Italia. Muore schiacciato dai carrelli dentro l’Ilva di Taranto. Muore schiacciato dal tir che forza il picchetto a Piacenza, ricordandoci cos’è oggi, nel 2016, la lotta di classe. Un Paese che arranca, soffre, è senza contratto, senza tutele, senza diritti, senza pensione, senza alcuna prospettiva che non sia quella di chinare la testa e pregare Dio di essere il penultimo e non più l’ultimo in una guerra tra poveri che, come sempre, vincono i ricchi.

Allora il nostro compito è uno solo: altro che posizionamenti, correnti, congressi! È riorganizzare questo popolo schiacciato, riunificarlo, coinvolgerlo in un grande progetto di cambiamento, trasformare la nostra fragilità in una forza.

Però servono le parole giuste, di nuovo senza cadere nella dicotomia tra reduci e liquidatori. Innanzitutto il diritto al lavoro e quindi un piano per il lavoro, di cui sia garante lo Stato. Non un lavoro purchessia ma un lavoro di qualità. Ingegneri, muratori, idraulici, architetti, elettricisti, impiegati, geologi per convertire ecologicamente l’economia e rimettere in sicurezza il Paese e il suo patrimonio edilizio pubblico, per esempio e subito, per non piangere al prossimo terremoto altri morti.

Un salario minimo orario, per stabilire il minimo a partire dal quale inizia la contrattazione nazionale e quella aziendale. Riduzione dell’orario di lavoro, per redistribuire il lavoro che non c’è. Reddito minimo garantito, non come elemosina pubblica ma come sostegno alla dignità, come antidoto al ricatto in un mercato che ci costringe ad accettare tutto.

Ma la domanda – e concludo – è sempre la stessa: chi le fa tutte queste cose? Qual è il soggetto? Vorrei pronunciare qui una parola impronunciabile: partito. Abbiamo bisogno di un partito della sinistra, nuovo, grande, radicato, curioso.

Badate compagni: nuovo vuol dire nuovo. E vuol dire anche con un nuovo gruppo dirigente. Ai compagni e alle compagne che hanno diretto sin qui diciamo grazie per le pagine belle e grazie anche per gli errori, perché almeno hanno avuto il coraggio di provare. Grazie, ma ora tocca a noi.

Un partito grande, che vuol dire plurale, aperto, incompatibile con il minoritarismo, il settarismo, con chi confonde l’autonomia con l’elogio della solitudine e dell’autosufficienza. Vi do una notizia: per quanto mi riguarda non sono disposto a militare in un piccolo partito la cui ossessione fosse ancora una volta lo sbarramento elettorale del 3%. Non ci serve l’unione di piccoli frammenti, ma una storia nuova.

Un partito radicato, abitato da donne e uomini, con luoghi fisici, che guarda negli occhi le persone mentre le prende per mano. Che non esaurisce la politica in un click, in un like, in un tweet, in una piattaforma digitale che raccoglie a malapena i già convinti. Infine, ci serve un partito gentile, che parli alla testa e al cuore. Un partito curioso, che cerca le domande giuste prima di dare le risposte. Che non istituisce tribunali di partito, che non divide il mondo tra puri e impuri, che non mette alla porta nessuno ma al contrario le porte le apre, costruisce ponti e abbatte muri. Che non mette alla porta nessuna, men che meno un compagno come Giuliano Pisapia. Caro Giuliano, voglio dirti che questa è casa tua e la nostra casa la renderemo bella insieme!

Costruiamo ponti e abbattiamo muri, dicevo. Del resto, dopo il referendum cambieranno molte cose. Questo è il nostro ruolo. Noi siamo i pontieri. Ma non tra Sinistra italiana e pezzi di altre organizzazioni, pezzi di ceto politico. Tra noi, ciò che abbiamo organizzato, e il mondo reale.

Quel pezzo di popolo democratico e progressista che voterà no difendendo la Costituzione al referendum ha il diritto di essere reso protagonista di una sfida grande, bella, ambiziosa che vale già nei prossimi mesi e per i prossimi dieci anni. Battere il renzismo, governare l’Italia e cambiare per davvero. Cambiare tutto. È un diritto per la nostra gente ed è un dovere per tutti noi, verso il quale orientare il nostro impegno, il nostro coraggio e la nostra umiltà, come avrebbe detto Simone Weil, verso cui orientare la nostra vita.